Il professore Nunzio Ruggiero
NAPOLI. Scrisse una volta John Rosselli, musicologo di fama internazionale, che in quasi tutto il mondo la musica italiana coincideva con la canzone napoletana. E in buona parte è ancora oggi così.
Lo dimostrano grandi successi come “Te voglio bene assaje” o “Era de maggio”, entrambi composti nel XIX secolo.
La canzone e il dialetto napoletano tra Ottocento e Novecento saranno al centro dell’incontro in programma lunedì 31 marzo alle ore 16, presso gli storici spazi di Palazzo Zapata.
L’evento è il settimo degli “Incontri sul dialetto”, la rassegna sulla lingua napoletana che si svolgerà nel capoluogo campano fino al 26 maggio 2025.
Curato dal “Comitato scientifico per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano” della Regione Campania, il progetto è organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival, diretta da Ruggero Cappuccio e presieduta da Alessandro Barbano.
L’appuntamento, aperto al pubblico, avrà luogo nella Sala Comencini del Musap, il Museo Artistico Politecnico di Napoli, in piazza Trieste e Trento.
Protagonista dell’incontro, dal titolo “Forma-canzone e storia della cultura a Napoli tra Otto e Novecento”, sarà Nunzio Ruggiero, docente in Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Il professore focalizzerà l’attenzione sul rapporto tra dialetto e canzone, secondo una prospettiva non solo linguistica, ma legata alla forma-città o forma-palazzo, intese come spazio di trasversalità, di convivenza sociale e dunque di scambio tra le culture.
Una visione, ispirata dallo storico Gerard Labrot, che evidenzia la compresenza di diversi strati sociali all’interno di capolavori immortali della musica napoletana.
Verranno analizzati, ad esempio, il realismo e la teatralità del sentimento amoroso con i quali Raffaele Sacco, ottico di professione, creò Te voglio bene assaje.
Ancora, il pubblico scoprirà che Era de maggio, scritta dal poeta Salvatore Di Giacomo e composta dal musicista Mario Pasquale Costa, attinge non soltanto a Giacomo Leopardi, ma addirittura al dialetto veneto.
La canzone si libera così di certi stereotipi che la vorrebbero effimera e banale, grazie alle scelte linguistiche e alla capacità di legarsi, ieri come oggi, al contesto urbano che la esprime.
Spesso è proprio attraverso la contaminazione tra codici e linguaggi differenti che la canzone è da sempre un grande patrimonio della nostra cultura.
L’intero programma degli “Incontri sul dialetto” è consultabile sul sito fondazionecampaniadeifestival.it.
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