Ho letto il diario di Nunzia Catalano e ho pianto
Ci sono libri che si leggono, e libri che si abitano. La bambina cresciuta di Nunzia Catalano (Edizioni Il Saggio) è uno di quei libri che non scorrono davanti agli occhi, ma si depositano nel petto. È una storia che cammina piano, che non ha fretta, che ti prende per mano e ti porta nei luoghi più delicati dell’esistenza. Lì dove il dolore è un sussurro che si ripete tra le righe. Luoghi dove la malattia è solo un nome, ma la vita – quella vera – ha il volto delle persone amate, delle mani che ti accarezzano mentre tutto trema, degli occhi che non ti lasciano. Nunzia racconta la sua storia con una voce piena di crepe, ma mai rotta. È una donna che è caduta tante volte, ma ha imparato, come i bambini, a rialzarsi da sola, con le ginocchia sbucciate e il cuore pieno di sole. Racconta di una clinica, di una compagna di stanza che nessuno voleva. Una donna ingombrante, muta, sola. Eppure, Nunzia resta. Resta perché sa riconoscere la solitudine, quella che ha toccato anche lei, e perché – come le anime pure – ha imparato che nessuno va lasciato indietro. “Le feci le trecce, la truccavo, le parlavo” scrive. E in quel gesto semplice c’è tutto: la tenerezza che cura, la cura che salva, l’amore che non fa rumore. Poi c’è Ernesto, l’uomo da cui si è separata, ma che continua ad amare. Non con il rancore degli amori finiti, ma con la gratitudine di chi ha condiviso la vita. “Se dovessi risposarmi, sceglierei sempre lui”. È raro, oggi, vedere parole così oneste. Così nude. La sua non è nostalgia, è consapevolezza. Ma il momento che mi ha trafitta è un altro. L’incontro con il medico. La scena si svolge in un ospedale di Sardegna, lontano da casa, da ogni certezza. Lei entra pensando a una cefalea. Esce con una verità che le spezza il fiato: “Bella cefalea. Lei ha un tumore al cervello” (p. 123). Una frase secca, chirurgica, senza anestesia. Eppure, lo stesso medico – con un’intuizione che sa di umanità – le dice: “Pensi a godersi la vita, a salvaguardare la qualità dei suoi giorni”. È lì che ho cominciato a piangere. Non con le lacrime rapide e leggere dei film, ma con quelle lente, scure, che scendono quando ti senti sorella. Sorella di quella donna che scrive, ma anche sorella di tutti. Di tutti coloro che combattono, che si feriscono, che si tengono stretti alle cose belle come si tiene una mano quando si ha paura. Ho pianto perché ho sentito che la sua storia racconta un successo. Perché ho riconosciuto la fatica, il coraggio, i momenti in cui si ha voglia di mollare ma non lo si fa, per amore. Per i figli, per i genitori, per se stessi. La bambina cresciuta è un libro da leggere e poi tenere sul comodino. Non perché offra risposte, ma perché insegna a farsi le domande giuste. Insegna a rallentare, a scegliere, a sentire. È un libro che ti ricorda che si può danzare anche nella tempesta. E che, spesso, le danze più vere si fanno con le lacrime agli occhi e i piedi scalzi, ma con il cuore spalancato alla vita. Domenica 30 marzo, alle ore 18.30, la presentazione a Campagna nella sala “Gelsomino D’Ambrosio”.
Ho letto il diario di Nunzia Catalano e ho pianto