Peppe Barra 80. Di Nina Fabiani – Testo raccolto da Marianna Addesso.
CATANZARO. Peppe Barra festeggia gli 80 anni con un concerto evento tenutosi lo scorso 22 febbraio al teatro Politeama di Catanzaro. Unica data in Calabria.

La recensione di Nina Fabiani
Nel buio della notte napoletana si levava la struggente melodia di Nicolardi e De Curtis.
Nel buio del palcoscenico, quasi inutili gli essenziali scenografici giochi di luce, esplode possente l’invocazione di Peppe Barra… Jesce sole.
Nel corso dello spettacolo si comprenderà il perché dell’invito al Sole, unica stella in grado di illuminare pienamente la terra. Invictus dio che rinnova col suo sorgere quotidianamente tempo e stagioni. L’astro deputato a impedire che le tenebre inducano anche al sonno della ragione, quello che genera i mostri.
Peppe Barra al Politeama, ha scosso come da sempre fa con i suoi spettacoli, il numeroso pubblico: impossibile, per i tanti “vecchi” e “giovani” estimatori lesinare plausi e applausi ad uno degli ultimi, se non l’ultimo, grandi custodi della storica tradizione musicale napoletana.

Ci si dimentica, ascoltandolo, dei suoi anni: i patriarchi… non hanno l’età… riaffiorano invece i suoi trascorsi, quelli che insieme a Concetta, la madre, hanno segnato il panorama della musica napoletana colta portata da entrambi, anche con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, sulle piazze e nei teatri.
Musica ritrovata, studiata, restituita
Musica ritrovata, studiata, restituita perché, e Peppe Barra ne è sempre stato profondamente convinto, tra le note la storia si manifesta con minori infingimenti che altrove. Se il principio fondante della cultura è la conoscenza, per la proprietà transitiva, la cultura è progresso, civiltà, democrazia.
Lo grida, con la stessa forza con cui ha invocato il sorgere del sole, tra un madrigale e una spregiudicata canzone-poesia “oscenamente” veritiera, volta nel passato come nel presente a divertire e istruire.
La sua voce e le straordinarie sonorità che lo accompagnano (eccezionali i brani strumentali solisti), sono un petit tour lungo i vicoli di Napoli.
Dai Quartieri Spagnoli alla Sanità, da Pendino al Porto, passando attraverso Spaccanapoli fino a raggiungere Chiaia o Posillipo dove si affaccia chi vuole cogliere e coniugare le voci e i suoni della città con la musicalità che il mare nostrum da sempre custodisce, trasmette e rende da sponda a sponda tra i due Continenti.
Vicoli pulsanti di storie e letteratura impregnate di carsica linfa musicale restituite come il “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, giusto un secolo fa con la traduzione di Benedetto Croce, agli amanti della Bellezza.
Ricordare Giambattista Basile significa anche rimandare alle più raffinate seicentesche Corti italiane dove si esibiva la sorella, Adriana, cantante notissima e contesa per bravura e bellezza.
Non edocere, ma regalare
Si avverte, nel breve ma interessante racconto storico-musicale di Peppe Barra, il desiderio profondo non di edocere, ma di regalare al proprio pubblico le emozioni e le sensazioni nate da anni di studio e ricerca. Ascoltandolo si spalanca un mondo straordinario che dalle favole napoletane, le prime -spiega- alle quali hanno attinto tutti i favolisti successivi.
Conduce, attraverso Procidane e filastrocche, alla più recente storia del novecento italiano e mondiale.
Vocalità, strumenti sono forse solo supporti, validi indiscutibilmente, ma solo supporti all’anima musicale di un popolo e di una città assolutamente unici il cui patrimonio genetico è stato segnato dalle note.

La Tammuriata
Il tamburo che Barra definisce “materia organica”, quindi viva, sempre presente nelle sonorità mediterranee, diventa sinonimo di ideale luogo-strumento dove si incontrano e incrociano i popoli dei Continenti più antichi.
Genti che hanno fatto la Grande storia con le piccole singole storie cariche di dolore, di ferite segnate da cicatrici incancellabili. Storie vecchie, storie nuove e la più recente, quella della Seconda Guerra Mondiale vissuta, persa, pagata dai più deboli: donne, bambini, vecchi.
La levità (apparente e impertinente) di un testo come la Tammuriata non muove al riso come sembrerebbe proporre l’incipit. Piuttosto è la drammatica verità emersa dalla morte e dal pianto di una guerra. Guerra che nessuno vorrebbe si ripetesse mai più, soprattutto in questo nostro tempo di fronti contrapposti e armati.
Alle donne di ieri, a quelle di oggi, alla loro disperazione di persone abusate e umiliate, Peppe Barra dedica la Tammuriata. Contro ogni violenza di genere, numero e caso.
Gli amici di Peppe
L’omaggio a Giorgio Gaber è uno Shampoo unico, scorrono acqua e note dal proscenio in platea. Con “Vasame” di Enzo Gragnaniello il Grande Maestro si congeda, inaspettato delicato saluto, dal pubblico di Catanzaro. Aleggia tra gli spettatori, nonostante gli applausi scroscianti, una sorta di tristezza sottolineata dalle richieste di ascoltare altro.
Spettacolo breve, lo si sarebbe potuto dire. Troppo breve se gli spettatori dei palchetti hanno appena appena sofferto e sopportato pazientemente la fastidiosa postura cui il progettista del teatro li ha condannati.
Con un sorriso ci si ricorda, infatti, che ben diversi erano e sono ancora certi palchetti immortalati da Pierre Auguste Renoir e Eva Gonzalès.
La leggiadra fanciulla de La première sortie e l’avvenente signora de La loge non avrebbero vissuto serenamente lo spettacolo se lo spazio non avesse consentito loro di appoggiarsi con naturale grazia ad una balaustra curva e capiente per arti e crinoline.
Ma tant’è, si va via mentre Peppe Barra invoca ancora la luce.
E’ un disperato grido di speranza: a lui come a tanti di noi non piacciono questi tempi bui.
Jesce sole.